
La “diserzione” dalle urne nelle Marche, in Calabria e in Toscana deve farci comprendere (se ancora ce ne fosse bisogno) che le persone sono stufe. Delle passerelle. Dei proclami in pompa magna. Della vuota retorica.
Vi è una profonda disillusione nei confronti della politica partitica e dell’esercizio del voto come metodo realmente valido per esprimere i propri ideali.
Tra società civile e politica esiste ormai uno scollamento così profondo che forse dovremmo iniziare a chiamarlo “faglia”, per le sue dimensioni abissali.
Ma la classe dirigente non sembra preoccuparsene. Rinchiusa nei “palazzi”, non è più in grado (e probabilmente nemmeno interessata) a costruire un progetto insieme alle persone, limitandosi a contendersi la temporanea simpatia di quella minoranza che continua a credere nell’importanza della matita copiativa.
Da tempo, nei salotti — politici, televisivi e non solo — si è diffusa, come una malattia endemica, la strana abitudine di descrivere il popolo maggiorenne con la parola “elettorato”.
Una parola totalizzante, spersonalizzata e spersonalizzante, che fa comprendere fin troppo bene cosa sia diventata, in larga parte, la politica.
Le persone non possiedono più un nome e un cognome: diventano una massa atomizzata, priva di identità.
Si potrebbe contestare questo pensiero affermando che la politica della Prima Repubblica fosse una politica fatta per le masse. E ciò è assolutamente vero.
Ma quelle masse erano caratterizzate da bisogni di classe. Oggi, invece, in un sistema post-ideologico in cui la sinistra ha abiurato ai propri ideali (lavoro e sanità pubblica, per dirne soltanto due) e ha capitolato di fronte allo strapotere del neoliberismo, accogliendolo addirittura a braccia aperte, ciò che rimane di quella massificazione è soltanto un pastone incolore e inodore, a cui lanciare slogan e con cui tentare, pescando a strascico, di tirare su un discreto “pescato del giorno”.
All’interno di questo sistema esistono però isole di resistenza: un mondo che continua a scendere in piazza, che si aggrega nei centri sociali, culturali e artistici del nostro Paese.
Individui, movimenti, associazioni e organizzazioni spontanee che cercano di sottrarre momenti della nostra vita quotidiana alle logiche del profitto.
Ma la politica partitica non riesce più a parlare a questa maggioranza silenziosa.
L’unico modo per invertire la rotta non è tentare di ricucire con la società civile, perché anzitutto bisogna smettere di dividere la politica dalla vita delle persone.
Bisogna smetterla di parlare di “politiche per i cittadini”, di “fare il bene dei cittadini” o di “ascoltare ciò che i cittadini chiedono”.
Chi fa politica non vive su Marte — e tirarsi semanticamente fuori da quel gruppo implica, anche inconsciamente, sentirsi diversi dal resto della comunità.
Ed è proprio questo il fondamento dello scollamento di cui spesso si parla senza mai analizzarne davvero le cause.
Bisogna allora “semplicemente” riabitare i luoghi della quotidianità: capire e ascoltare paure e necessità di chi ci circonda, e ripetere (all’infinito, se ce ne sarà bisogno) che la politica è quel luogo che tutti possono e devono vivere per migliorare la collettività di cui fanno parte. E non uno spazio da utilizzare per “risolvere i problemi del popolo”.
Perché la politica non può essere cosa avulsa dal popolo, né appannaggio di pochi.
È il popolo che, attraverso la politica, deve poter elevare e migliorare la propria condizione.
A cura di Luca Boccoli


